19 Maggio 2022

Il termine fake news è diventato ormai di uso comune. Il fenomeno ha colpito la nostra società: se prima era sporadico, ora è endemico. Nasce anche da qui la necessità di studiare i meccanismi che regolano la diffusione di disinformazione online e il loro impatto sulla società. Con Reputation Science, in occasione del premio giornalistico “Umberto Rosa” di Confindustria Dispositivi Medici, abbiamo analizzato la diffusione di fake news relative ai dispositivi medici utilizzati durante la pandemia Covid-19. I risultati ci dicono molto dell’infodemia che abbiamo sperimentato negli ultimi due anni e del nostro rapporto con l’informazione (e la disinformazione) in Rete.

I risultati dell’analisi: oltre 10 mila fake sui dispositivi medici

I dispositivi medici utilizzati durante la pandemia Covid-19 non sono scampati al pericolo fake news. Con Reputation Science abbiamo mappato le conversazioni riferite a mascherine, tamponi, test sierologici, respiratori e saturimetri da marzo 2020 a marzo 2022. Una mole di 3,6 milioni di contenuti online (news, blog, forum, social) in cui abbiamo evidenziando i picchi di attenzione e i contenuti fake o potenzialmente tali.

Un primo dato messo in risalto dall’analisi è che il trend delle notizie riguardanti i dispositivi medici fosse speculare a quello dei decessi registrati a causa del Covid-19: un’evidenza che mostra una correlazione tra infodemia ed emotività.

A mostrare l’interesse degli italiani sul tema dispositivi anche l’analisi delle fonti che, per la maggior parte, non sono giornalistiche, ma derivanti da social network o blog, a cui appartengono rispettivamente il 52% ed il 26% delle fake news totali.

Quali sono le fake news sui dispositivi medici più diffuse? Prendiamo ad esempio le mascherine. Su questo dispositivo abbiamo riscontrato oltre 7,4 mila contenuti fake o potenzialmente fake: tra questi, tweet o blog post che fanno riferimento a problemi e infezioni (non verificati) causati dalla pandemia, o ancora la loro correlazioni con le frequenze del 5G. Anche i tamponi sono stati al centro di un’accesa discussione: dei 2 mila contenuti fake, molti parlavano di “problemi al cervello” causati proprio dai test nasali. Ma gli esempi sono molteplici e riguardano anche i test sierologici, i respiratori e i saturimetri: tre dispositivi che hanno generati alti picchi di attenzione e conversazione all’inizio della pandemia. Un esempio di come l’incertezza scientifica o una comunicazione frettolosa possa causare spaesamento e il proliferare di contenuti fake.

Per quanto riguarda le tipologie di account che tendono a diffondere maggiormente fake news, l’analisi mostra che sono spesso riconducibili a: siti/account di natura complottista; siti/account di natura negazionista del Covid-19; e professionisti, ad esempio siti di medici che sfruttano la propria influenza anche per diffondere teorie personali e/o non verificate.

L’impatto della disinformazione sulla nostra società

Negli ultimi due anni abbiamo quindi assistito a un boom della disinformazione online. È chiaro: le fake news non sono nate oggi. Con l’avvento del mondo digitale, esse rappresentano però un problema globale senza precedenti. Si sviluppano in modo sempre più sofisticato, acquisiscono una velocità di diffusione e contaminazione mai viste prime, minano le basi della nostra società. Sanità, economia, politica, nessun campo del vivere civile è immune dalla proliferazione della disinformazione, spesso costruita e indirizzata ad arte per colpire gli ambiti più delicati: una vera e propria forma di hacking della democrazia.

Perché le fake news hanno così successo? La risposta è da ricercare nell’anatomia delle fake e anche nel nostro comportamento. Spesso, le notizie false trovate online sono costruite a tavolino: sono prodotte con metodo e presentano sempre gli stessi elementi. Una “portante”, una parte di verità; una “deviante”, un dettaglio sbagliato; citano una fonte autorevole e/o un esperto; e si fondano su un pregiudizio. E qui veniamo al ruolo degli utenti e al motivo per cui notizie spesso infondate attecchiscono e vengono riprese come se fossero vere. Un comportamento da mettere in evidenza in questi due anni è il cosiddetto doomscrolling. Parliamo di un neologismo inglese (doom, sciagura, e scrolling, scorrimento) che indica un comportamento tipico dell’era digitale: la dipendenza da notizie negative. L’utente della Rete affetto da questa ‘patologia’ aggiorna costantemente social media e siti in cerca di cattive notizie, anche se poco utili. Un fenomeno che con la pandemia ha trovato nuova linfa ed è sostenuto anche dal cosiddetto confirmation bias, fenomeno tipico della Rete, che ci spinge a cercare, leggere e dare credito solo a notizie in linea con il nostro pensiero. Elementi che, sommati, raccontano di un terreno fertile per la disinformazione.

L’infodemia causata dal Covid-19 e le fake news sui dispositivi medici ci hanno quindi messo davanti ad alcune debolezze della nostra società, causando effetti anche molto concreti. Serve agire presto per sviluppare i necessari anticorpi. Il tema riguarda tutti noi: media, giornalisti, comunicatori, aziende e istituzioni. La soluzione al contrasto delle fake news deve partire dalla sinergia di tutti gli attori coinvolti.

Andrea Barchiesi

Co-founder e CEO Reputation Science

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