22 Settembre 2021

L’esperienza della pandemia ci ha messo davanti a tutta la fragilità del nostro sistema sanitario. La causa? Un’emorragia di risorse dall’inaugurazione di una stagione di politiche incentrate sulla spending review e finalizzate al rientro coattivo dei disavanzi sanitari da parte delle Regioni. Ora il trend può essere invertito. La nostra Sanità prova a rinforzarsi con le risorse del Recovery Plan. 20 i miliardi sul piatto per la missione Salute del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). Gli obiettivi? Potenziare l’assistenza territoriale integrata e la digitalizzazione per alleggerire la pressione sugli ospedali e rimettere al centro la salute delle persone come fattore di crescita economico e sociale.

Tuttavia, un altro punto cruciale a cui prestare attenzione per la ristrutturazione del sistema sanitario è emerso dalla trincea delle strutture ospedaliere in piena emergenza Covid-19, quello del governo delle infezioni correlate all’assistenza (ICA). Non solo Coronavirus, anche le infezioni ospedaliere andrebbero infatti monitorate costantemente, fra i pazienti ricoverati e gli operatori sanitari. Il tema della sicurezza e della prevenzione nei luoghi di cura è centrale. E una sempre maggiore consapevolezza ci guida verso l’adozione di buone pratiche, basti pensare al lavaggio delle mani, formazione e l’uso appropriato di tecnologie mediche per il monitoraggio e la prevenzione con l’obiettivo di limitare le occasioni di contagio.

Ma non basta. I dati con cui confrontarsi sono pesanti. Secondo il Primo rapporto globale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, pubblicato ben prima della pandemia di Coronavirus, in Europa, le infezioni correlate all’assistenza (ICA) determinano ogni anno 16 milioni di giornate aggiuntive di degenza, 37.000 decessi direttamente attribuibili e 110.000 decessi per i quali l’infezione rappresenta una concausa. In Italia si stima siano circa 700.000 all’anno, dei quali il 16% è dovuto a infezione del sito chirurgico (ISC) che portano ad avere un rischio cinque volte maggiore di andare incontro a una degenza presso una terapia intensiva e due volte il maggior rischio di decesso.

Non solo perdite umane ma anche costi correlati per il sistema sanitario. A una singola infezione corrispondono tra 5 e 9 mila euro, gravando in modo concreto sulla spesa sanitaria nazionale. Un’infezione determina infatti una degenza del paziente in ospedale due volte e mezzo più lunga con costi di ricovero almeno triplicati. Mentre a livello europeo producono un costo annuo di circa 7 miliardi di euro.

Come ridurre l’impatto umano, sociale ed economico? Confindustria Dispositivi Medici analizza la questione da tempo. Negli anni con il gruppo di lavoro interno dedicato sono stati avviati dei progetti pilota con l’obiettivo di introdurre la metodologia lean nelle strutture ospedaliere per la riduzione delle infezioni. Un metodo alleato del risk management. Permette un miglioramento continuo dei processi, introducendo ruoli e responsabilità nei reparti ospedalieri che seguono procedure standardizzate di rilevazione, controllo, monitoraggio e prevenzione.

Uno degli ultimi progetti portati avanti è stato il Lean healthcare management per la riduzione delle infezioni postchirurgiche gravi in chirurgia addominale. Lanciato a settembre 2019 si è concluso a giugno 2020, con la prima ondata della pandemia Covid-19. È stato realizzato in collaborazione con Telos Management Consulting, ARS Toscana e i reparti di chirurgia di tre strutture ospedaliere della regione: Azienda Ospedaliero Universitaria Pisana; Presidio Ospedaliero Fi Sud Est – ASL Toscana Centrale; Presidio Ospedaliero di Arezzo – ASL Toscana Sud Est.  

Qui il lean management è stato applicato ai processi analizzati. Ha permesso di individuare le cosiddette “sacche di spreco e/o fonte di infezione” e valutare delle azioni di miglioramento reale. Al centro la prevenzione in ogni step del percorso di cura del paziente, la formazione degli operatori sanitari e la digitalizzazione delle strutture ospedaliere. Le buone pratiche con l’aiuto di dispositivi medici innovativi potrebbero  portare a una riduzione di questi numeri in tempi brevi con un taglio stimato del 20-30% del tasso di infezioni correlate all’assistenza.

La percentuale di riduzione delle ICA avrebbe un impatto positivo immediato sugli outcome di pazienti, l’efficienza dell’ospedale e del bilancio della struttura, la sostenibilità del sistema sanitario. Per questi motivi dovrebbe diventare una priorità strategica in cima alla lista dei programmi di assistenza sanitaria in Europa e nel nostro Paese. E la pandemia ci ha insegnato proprio questo.  L’abbattimento di infezioni non è più procrastinabile.

Paolo Capelli

Chair Gruppo di lavoro infezioni ospedaliere Confindustria Dispositivi Medici

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