31 Luglio 2020

Il distanziamento sociale ha imposto una riorganizzazione dell’assistenza ai malati cronici, che non possono essere semplicemente dimenticati, ma che devono essere assistiti sviluppando nuovi modelli, classificabili come remote chronic care.  E la telemedicina è uno degli asset fondamentali, ancora da incentivare per far sì che le opportunità che offre siano alla portata di tutti. È parte importante di un percorso di presa in carico del paziente cronico a tutto tondo in cui è cruciale la stretta connessione tra specialistica ospedaliera e territoriale.

La tecnologia: un alleato della medicina territoriale

Per un’efficacie gestione della cronicità dobbiamo rendere l’assistenza domiciliare e la medicina di prossimità dinamiche ed informatizzate con strumenti adeguati e una visione complessiva e inclusiva del percorso del paziente in tutte le sue fasi.  E al territorio spetta la sfida più difficile, quella dell’integrazione tra medicina di prevenzione e assistenza primaria e secondaria. Una sfida che si è acuita con la pandemia. Con le necessità di isolare prontamente i casi Covid e di evitare che chi ha un effettivo bisogno di cura non la riceva per la crescente nosocomiofobia.

Una risposta efficace è stata l’utilizzo di dispositivi medici tecnologici che hanno permesso la raccolta in remoto e in continuo di una serie di parametri patofisiologici dei pazienti cronici. La lettura di questi dati da parte del personale sanitario ha permesso di adottare comportamenti proattivi e preventivi.

App sono state utilizzate come primissimo screening agli accessi alle strutture ospedaliere, verificando ad esempio che il paziente non avesse una situazione infettiva in atto e, in caso di ricovero per un intervento arrivasse in ospedale solo dopo aver fatto tutti gli esami di pre-ricovero sul territorio. Non solo, una volta effettuata l’operazione, il fatto di poter controllare il paziente dimesso attraverso la telemedicina in modalità multidisciplinare, permette di anticipare le dimissioni in modo sicuro.

La multidisciplinarietà è un altro importante valore che ci portiamo a casa da questa esperienza, perché attorno al malato, spesso polipatologico, si devono costruire dei veri e propri team di gestione, che attraverso il remoto possono confrontarsi in tempo reale. Mentre in caso di cronicità, la capacità di assistere questi pazienti a distanza ha assicurato anche nel periodo di chiusura degli ambulatori, il livello e la continuità delle cure, contribuendo contemporaneamente a decongestionare le strutture ospedaliere.

Un esempio concreto

Fra le patologie identificate nel Piano nazionale cronicità quella dello scompenso cardiaco rappresenta la causa più frequente di ospedalizzazione negli over 65, con una degenza media di oltre 10 giorni e costi, a carico del Servizio sanitario nazionale, superiori a 550 milioni di euro l’anno.

Molti anziani sono portatori di dispositivi biomedicali, come defibrillatori o pacemaker, e hanno bisogno di visite periodiche di controllo con spostamenti verso gli ambulatori e relativi problemi organizzativi per il trasporto e l’assistenza. Ma questi dispositivi medici impiantabili hanno avuto un’importante evoluzione tecnologica che ha permesso lo sviluppo di particolari sensori, in particolare associati ai defibrillatori, che permettono di monitorare costantemente i portatori del dispositivo, di trasmettere informazioni alla struttura ospedaliera che ha in cura il paziente e di segnalare con largo anticipo l’eventualità che si verifichi un episodio di scompenso cardiaco, con necessità di ricovero ospedaliero. 

I dati che raccolgono questi sensori sono infatti analizzati attraverso un algoritmo collegato ad un sistema di alert, che consente di segnalare con anche un mese di anticipo la possibile insorgenza di scompenso cardiaco, permettendo di intervenire in tempo per scongiurare l’aggravarsi della condizione clinica del paziente.

Con il loro utilizzo si passerebbe così da una medicina di trattamento ad una medicina di prevenzione. Inoltre permetterebbero il monitoraggio della reale aderenza terapeutica dei pazienti, consentendo un tempestivo intervento in caso di peggioramento del quadro clinico prima che richieda un’ospedalizzazione. Altro risultato rilevante è quello di poter ottimizzare la gestione delle risorse dedicando maggior attenzione a quei pazienti più critici che necessitano di un controllo più stretto e frequente e riservando a quelli più stabili un programma di controlli più dilazionato nel tempo. Una gestione basata sugli alert si è dimostrata, infatti, più efficace rispetto ad una strategia di controlli regolari calendarizzati in modo uniforme per tutti i pazienti. Vengono così gestite efficacemente le liste di attesa, altro tema sensibile in questo periodo e per quello a venire.

Umanizzare le cure

La gestione remota consente insomma di operare in condizioni di sicurezza, tutelare la salute dei cittadini e contribuire a prevenire gli accessi al pronto soccorso e diminuire i ricoveri e i rischi a pazienti già di per sé molto fragili. Non solo: la tecnologia rende più umane le cure, perché i professionisti sanitari possono davvero concentrare la loro attenzione sul paziente e sugli effettivi bisogni, personalizzando al meglio la terapia.

Le aziende biomedicali investono costantemente in ricerca e innovazione dei dispositivi medici e queste soluzioni sono state introdotte da tempo nel mercato italiano, ma sono ancora lontane dall’essere diffuse in modo capillare sul territorio. Per cambiare lo stato di fatto in cui l’introduzione della tecnologia è subordinata a logiche che mal si conciliano con l’urgenza del momento, l’impegno nell’allocazione delle risorse dovrebbe essere costante per un investimento in tecnologia abilitante la telemedicina, alla gestione del paziente in remoto tramite app e in generale alla diffusione delle migliori pratiche che permettano la minor permanenza possibile negli ospedali compresa la diminuzione delle continue ospedalizzazioni.

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